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Uno sciopero a rovescio nel Vastese per la terra e il lavoro: 21 marzo 1950 - l’eccidio di Lentella.
Lentella fu teatro, nel marzo del 1950, di uno degli episodi più drammatici delle lotte contadine per la terra e il lavoro, che interessarono il comprensorio del Vastese, organizzate e dirette dai giovani partiti di sinistra, dalle rinate Camere del Lavoro e dalla Federterra provinciale. Le lotte iniziarono nella primavera del 1950, dopo la messa a punto, nell’autunno del 1949, del “Piano del Lavoro” da parte della CGIL diretta da Giuseppe Di Vittorio. Erano finalizzate a conseguire precisi obiettivi: lo svincolo forestale,l’appoderamento e la messa a coltura di terreni ex boschivi; l’apertura di cantieri scuola e la realizzazione di opere pubbliche per la ricostruzione dei paesi; l’applicazione dei Decreti Gullo e del Lodo De Gasperi, che modificavano i patti mezzadrili, garantendo ai coloni una più equa ripartizione dei raccolti, e del Decreto sulla massima occupazione dei lavoratori agricoli, che obbligava le aziende ad assumere mano d’opera per lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria dei fondi. I contadini scelsero la nuova forma di lotta proposta dalla Federterra – lo sciopero a rovescio – sperimentata con successo nel 1946 in Puglia, nel 1947 in altre province del Sud e del Centro-Nord, nel febbraio del 1950 nel Fucino, contro i Torlonia. Il 12 marzo, contemporaneamente, gli scioperi iniziarono a Vasto e Casalbordino (per la sistemazione delle strade di alcune contrade), a San Salvo e Torino di Sangro (per l’occupazione e l’appoderamento del bosco Motticce e dei terreni incolti ex boschivi in contrada Saletti); il 13 a Cupello (per lavori sulle terre della duchessa Pacelli). Il Comune di Lentella, che contava allora poco più di mille anime, era uno dei più poveri del comprensorio. In un articolo inviato al Giornale del Mezzogiorno qualche mese prima dell’eccidio, intitolato Bestie da soma, il sindaco democristiano, che poi sarà aspramente contestato dai concittadini, aveva descritto il suo paese in questi termini: “Lentella non ha acqua: le fu matrigna la natura. […] Lentella non ha pane. L’agricoltura non è affatto progredita, dato l’alto costo dei concimi”. E aveva aggiunto che non vi erano farmacie, né fognature, né latrine; non erano stati pagati i danni di guerra; le case erano anguste (in media vivevano tre persone a vano); mancavano locali adeguati per le scuole e sei cittadini su dieci non sapevano né leggere né scrivere. I contadini, guidati da Cosmo Moro, Nicola Di Iorio e Pierino Sciascia, dirigenti locali della Camera del Lavoro, della Federterra e del PCI, si organizzarono per rivendicare i loro diritti. Chiedevano ai quattro grandi proprietari dela zona – Carile, Catalano, Cosmo e Giovannelli – l’applicazione del Lodo De Gasperi per una diversa ripartizione delle olive (il 53 per cento del prodotto ai coloni, a fronte della precedente misera quota di un quinto) e del Decreto sulla massima occupazione; al sindaco e al prefetto il sollecito disbrigo delle pratiche per i lavori, progettati da tempo, al cimitero e in una strada campestre che collegava il paese al fondovalle del Trigno, dove i lentellesi avevano terreni in affitto, e per la costruzione dell’acquedotto Lentella – Fresagrandinaria (il Ministero dei Lavori Pubblici aveva già stanziato 50 milioni).
Viste le resistenze e le inadempienze delle
controparti, nonostante le notizie sugli arresti che arrivavano dagli
altri comuni, decisero di iniziare la lotta. Il 15 marzo 1950 una folta
squadra andò a lavorare nella strada campestre. Al ritorno in paese i
carabinieri fermarono quattro contadini e il segretario della Camera del
Lavoro di Vasto, Rinaldo Zanterino, e li portarono a forza in caserma,
vincendo la resistenza dei paesani con il lancio di gas lacrimogeni
(alcune donne si sdraiarono davanti alla camionetta per impedirne la
partenza). Il provvedimento poliziesco eccitò ancor più i contadini alla
lotta: ripeterono lo sciopero fino al 20 marzo, con crescente
partecipazione di popolo, senza incidenti, ma in un clima sempre più
teso; ogni sera andavano in corteo con le proprie famiglie a riporre gli
attrezzi nella sede della Camera del Lavoro, ubicata al piano terra del
municipio, gridando “Vogliamo pane e lavoro!”, “Abbasso il
sindaco della miseria!” e altri slogans, e reclamando invano Lo sciopero del 21 marzo si concluse tragicamente. Con animo esasperato, i contadini tornarono a manifestare e a reclamare davanti al municipio, il cui ingresso era presidiato dal vicebrigadiere Michele Moscariello e da cinque carabinieri, armati di moschetto. Al culmine della tensione, questi aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo sul colpo Nicola Mattia, di anni 41, e Cosmo Mangiocco, di anni 26, e ferendo dieci persone. Il giorno dopo gli abitanti si strinsero attorno alle bare dei due sventurati (ai funerali -foto- parteciparono anche i parlamentari abruzzesi Bruno Corbi, Giulio Spallone e Silvio Paolucci) e i lavoratori della CGIL incrociarono le braccia in tutta Italia, in segno di solidarietà. “I carabinieri spararono per legittima difesa contro dimostranti che li minacciavano di morte con gli attrezzi da lavoro”, sostenne Bubbio, sottosegretario al Ministero dell’Interno, nell’agitato dibattito parlamentare che si svolse il 28 marzo, facendo propria la versione del comandante la legione dei carabinieri di Chieti. Il deputato democristiano Ercole Rocchetti gli diede manforte, parlando di una montatura di ordine politico in un paese pacifico che contava solo sei disoccupati. “L’atto degli agenti fu premeditato e ingiustificato, perché i dimostranti si limitarono a minacce verbali”, replicarono gli interroganti parlamentari abruzzesi, che avevano condotto un’indagine a tappeto sull’eccidio e inoltrato denuncia contro i militi dell’Arma al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vasto (del seguito giudiziario di tale denuncia si sono perse le tracce). L’autorità giudiziaria diede loro ragione in merito al comportamento dei 90 imputati (erano contadini e dirigenti sindacali e politici: l’elenco di questi ultimi comprendeva, oltre ai citati, Tonino Rapposelli, Vincenzo Terpolilli, Giuseppe Zimarino, Dino Colarossi): la Sezione Istruttoria presso la Corte d’appello di Aquila, ne rinviò a giudizio innanzi al pretore di Vasto solo 32, per partecipazione a manifestazione sediziosa e non per resistenza a pubblico ufficiale (di questo reato non erano emerse prove). Più della parziale vittoria giudiziaria contò, per i lentellesi e per tutti i contadini del Vastese, il raggiungimento di buona parte degli obiettivi prefissati. Tali obiettivi rappresentavano conquiste di civiltà, pagate, ancora una volta, con il sangue.
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