nIntervento di Michele Marchioli (Segretario Generale CGIL Chieti)
al 61° anniversario di Confindustria Chieti
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e puoi leggere l'articolo de Il Centro con le dichiarazioni del
presidente Di Lorenzo
Gentile Presidente, cortesi convenuti,
nel rivolgervi un caloroso saluto voglio iniziare il mio intervento formulando i migliori auguri di un proficuo e buon lavoro al nuovo Presidente di Confindustria della provincia di Chieti Silvio Di Lorenzo.
Permettetemi anche di salutare il Presidente Marrollo, al quale rivolgo l'augurio di raggiungere altrettanti buoni risultati nel suo nuovo e prestigioso incarico.
La provincia di Chieti mantiene, purtroppo, grandi e profondi problemi, alcuni storici, arretratezza e spopolamento delle aree interne, altri sociali, aree di povertà ed esclusione che crescono, altri legati alla imprevedibilità di un mercato globale senza regole in cui la competitività ed i rischi vengono tendenzialmente trasferiti dall'impresa al lavoro.
Una provincia sempre in bilico tra declino e sviluppo, tra ricchezza e povertà, tra aree forti ed aree che stanno regredendo.
Una provincia, e non parlo dell'Amministrazione Provinciale ma di tutti quegli attori della governance: istituzionali, economici e sociali, che deve saper inserire nella sua agenda di discussione, tra le tante problematiche dello sviluppo due emergenze: quella del futuro dei giovani e quella della costruzione della multietnicità, a partire dall'accoglienza riservata agli immigrati.
I primi, ( i giovani) afflitti da un livello di precarietà crescente che mina non solo il loro presente ma anche il loro futuro e con esso la tenuta sociale e del rapporto solidale intergenerazionale.
I secondi ( i lavoratori migranti) alle prese con sottosalario ed assenza di diritti e con fenomeni che talvolta ne limitano pesantemente la libertà. Fenomeni che colpiscono la loro identità personale, fino a farla scomparire, anche per coloro che hanno un lavoro decente, quando si termina di lavorare.
Il 15 febbraio 2005, a conclusione di un lungo percorso fatto di confronto, di approfondimenti e di passione vera, il sindacato confederale e la Confindustria di Chieti, insieme alla Facoltà di Economia dell'Università di Pescara, hanno sottoscritto un'intesa per lo sviluppo e la competitività del nostro territorio.
Nel momento in cui si aprono nuove prospettive di estensione dei mercati, in cui i prodotti locali possono essere apprezzati, tra gli obiettivi, contenuti in quell'intesa, assume particolare importanza la crescita dimensionale delle piccole imprese e si rendono necessari, di conseguenza, tutti quegli interventi capaci di realizzare quell'obiettivo. Dalla costruzione di servizi qualificati all'impresa, all'aiuto che la grande impresa può garantire mettendo a disposizione del territorio le conoscenze per le innovazioni organizzative e qualitative finalizzate appunto alla crescita dimensionale ed all'internazionalizzazione delle piccole aziende.
Ma gran parte della strategia per lo sviluppo della provincia veniva individuata, in quell'intesa, nella capacità di costruire uno sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, con l'impresa impegnata, sempre più, a farsi portatrice di interessi che abbracciano nuovi ambiti legati al sostegno del capitale umano ambientale e sociale. Capace, si diceva durante gli incontri, di realizzare un lavoro stabile e di qualità.
A questo proposito una riflessione deve essere fatta sulla necessità di controllo responsabile su qualità, diritti ed applicazione contrattuale, non solo verso le imprese che lavorano con appalti pubblici ma anche da parte dell’azienda “madre” nei confronti delle aziende che lavorano in conto terzi o a facon.
Mi rivolgo in particolare al settore del Tessile Abbigliamento e Calzaturiero.
Nel mio breve intervento voglio approfondire, però, un particolare aspetto della crescita del capitale umano, quello determinato dall'accrescimento delle competenze dei lavoratori a partire da quelle professionali, specifiche e trasversali.
Le rapide e continue trasformazioni del mercato del lavoro, prodotte in particolare dall'innovazione tecnologica ed organizzativa chiede ai lavoratori di aggiornare le proprie competenze professionali per evitare o ridurre i rischi di marginalizzazione. E lo chiede in stretta connessione tra modi di produrre e modello di sviluppo locale. Si rende necessaria, quindi, una attenta lettura delle trasformazioni e dei caratteri del tipo di sviluppo. E per realizzarla è necessario poter disporre di un sistema autorevole e continuamente aggiornato di lettura del territorio.
Bene ha fatto l'Amministrazione provinciale a dotarsi dell'Osservatorio Socio-Economico, però, adesso bisogna dargli slancio ed operatività attraverso la partecipazione diretta e convinta delle parti sociali.
Solo così l'Amministrazione Provinciale potrà affrontare l'organizzazione della formazione professionale che la delega regionale gli attribuirà dal 2007.
C'è necessità che, insieme alle cose che il presidente Di Lorenzo diceva nella sua puntuale relazione in particolare sulla connessione del sistema istruzione-impresa, in questa provincia si strutturi un efficace sistema di formazione, autonomo ma al tempo correlato alle politiche che persegue il sistema di istruzione e alle attività di organismi pubblici e privati.
Un sistema attento alla programmazione delle attività formative, capace di corrispondere ai bisogni dei lavoratori e delle imprese, caratterizzato da forti elementi di flessibilità nella metodologia della formazione e con attività di orientamento, tutorato e promozione.
Le indagini statistiche ci dicono che oltre il 70% dei lavoratori sente l'esigenza della formazione, legata, e in piccola parte anche slegata, dal lavoro svolto, e che chi manifesta la maggiore insoddisfazione nel lavoro è chi viene escluso dagli interventi formativi, in particolare operai o operatori di industria manifatturiera con più di 45 anni di età, con basso salario e scolarità che non va oltre la media inferiore.
Allora, insieme, se vogliamo migliorare la qualità dei prodotti, se vogliamo aumentare la capacità di penetrazione nei mercati internazionali delle nostre imprese e dei nostri prodotti, dobbiamo migliorare il capitale umano, evitare il distacco tra lavoratore e lavoro, far sì che il lavoro non sia semplicemente necessario, ma sia coinvolgente.
Per queste ragioni la precarietà è una mina anche del sistema produttivo e della sua qualità. Dobbiamo far sì che la dichiarata attenzione delle imprese verso la Worker satisfaction (soddisfazione del lavoratore) possa e sia realmente perseguita. Promuovere questo tema è un compito che spetta a noi, alle organizzazioni di rappresentanza datoriali e dei lavoratori.
Poi, dobbiamo saper sfruttare bene le risorse disponibili per migliorare le competenze e per strutturare un efficace sistema di formazione. Quelle risorse provenienti dalla formazione pubblica, dall'Unione Europea, dai fondi interprofessionali e dai fondi reperibili nella contrattazione aziendale. E poi legare ai percorsi formativi incentivi contrattuali ed anche extracontrattuali, come possono essere crediti e certificazione delle competenze acquisite; e poi predisporre, e negoziare con il sindacato, piani aziendali di formazione insclusivi che riguardano tutti i lavoratori, integrando la formazione nella stessa strategia aziendale. Infine, dobbiamo operare per sensibilizzare l'opinione pubblica e costruire quella necessaria cultura, a partire dalle nuove generazioni, della formazione continua durante tutto l'arco della vita.
Ritengo, quindi, necessario riavviare il confronto che ci ha portati a sottoscrivere l'intesa del 15 febbraio 2005 al fine di poterla aggiornare nei temi e nella specificazione di alcune parti, in particolare sul ruolo della grande impresa, sulla sostenibilità dello sviluppo, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e su formazione e competenze.
Voglio concludere il mio intervento invitando ad una riflessione, e la dico con Accornero: “Il ventesimo secolo era iniziato con le aziende che coniavano il motto: non siete pagati per pensare ed è finito con lo slogan: la qualità dipende da voi”.
Io dico che insieme dobbiamo incrementare il capitale umano perché non abbiamo vissuto e speso questo secolo per tornare alle disuguaglianze del tempo delle origini.
Non lo vogliamo e non lo possono volere tutte quelle imprese che puntano sulla qualità e sull’innovazione per reggere la competizione in un mondo reso più incerto e difficile dalla globalizzazione dei mercati.
Teatro Marrucino – Chieti, 30 ottobre 2006