nGli interessi non si nutrono di ragionevolezza.

di Enrico PAONE – Direttore INCA Chieti

       

Il comportamento della Confindustria sulla decisione del Governo Prodi di trasferire il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) all’INPS, quando i lavoratori non decidono di impiegarla nella previdenza integrativa o complementare, riapre il tema di come governare e riformare lo stato sociale in Italia e di come garantire un reddito non troppo inferiore rispetto al salario ai futuri pensionati.

Nella riforma Dini si era scelto (tutti d’accordo, compresa la Confindustria) di affidare questo compito alla previdenza complementare, attraverso un meccanismo che metteva in gioco il TFR, una quota contrattuale da versare dal datore di lavoro (salario non corrisposto, ma “a disposizione” e collegato alla volontà di adesione ai fondi contrattuali dei lavoratori), una quota a carico del lavoratore ed, infine, una serie di agevolazioni fiscali a carico della collettività.

Il tema è un po’ scemato all’attenzione dei lavoratori, quando l’allora Ministro Maroni ha rinviato l’ennesima decisione riguardante la previdenza complementare al gennaio 2008. Ricordate il silenzio assenso? Ricordate il governo Berlusconi che voleva parificare la condizione di chi aderiva ai fondi contrattuali da quanti aderivano ai diversi fondi privati ?

Il problema della riduzione delle pensioni è già in atto dal 1995 con tanti e tanti milioni di euro di risparmio previdenziale anche se, in ossequio della sempre rispettata regola dei due tempi, le norme per creare le condizioni e le convenienze ottimali allo sviluppo della Previdenza Complementare sono ancora in attesa di emanazione. Non era sicuramente il TFR il problema che ha imposto il rinvio al 2008 dell’ora X. Anzi il vero problema era determinato dal fatto che il governo Berlusconi non è stato capace di mettere sul piatto del dare-avere, con la Confindustria e le forze sociali, un progetto che riaprisse il tema della riduzione del costo del lavoro, contestualmente all’avvio del II° pilastro previdenziale ed ha trovato più comodo far decidere ad altri la questione. Ora che gli imprenditori hanno avuto dalla finanziaria un indiscutibile beneficio con la riduzione del cuneo fiscale, non devono più accampare proprie convenienze nel condizionare l’adesione dei lavoratori alla previdenza complementare, altrimenti il II° pilastro non parte e l’adeguamento delle pensioni resterebbe carente di un pezzo. Perciò è pretestuoso e grave il comportamento della Confindustria che fa finta di non capire che loro anno avuto questa finanziaria e non possono prendersi solo il buono che sta in essa, perchè c’è anche un debito da colmare.

E’ triste osservare, quindi, questi tentativi di protesta, di manifestazioni di piazza, con l’adesione di tanti tra i principali responsabili della penosa situazione finanziaria nella quale versano le casse del Paese. E’ inqualificabile, poi, lo sportivo comportamento del presidente degli industriali, il quale (quasi a rivendicare che si stava meglio quando si stava peggio) finge di dimenticare le denunce di declino economico a cui siamo pervenuti e l’inadeguatezza degli stipendi e delle pensioni, registrati dopo l’introduzione dell’Euro e dell’aumento del costo della vita, dei prezzi e delle tariffe e le responsabilità al riguardo del suo predecessore .


Ciò detto però, è altrettanto triste osservare come, nonostante l’impegno profuso al riguardo dalle organizzazioni sindacali di categoria e benché si sia detto in tutti i modi che per i lavoratori l’eventuale passaggio all’INPS del TFR non cambia nulla, molti di essi ancora si attardano a comprendere le motivazioni importanti alla base della costituzione dei fondi contrattuali e in molti casi non hanno ancora aderito al nuovo sistema. Come faremo a far comprendere ai lavoratori dipendenti da imprese private la convenienza ad aderire ai fondi, facendo tirar fuori ai loro datori di lavoro quanto stabilito nei contratti?

Inoltre qualcosa lo dobbiamo dire anche al nuovo governo Prodi ed al Ministro del Lavoro, Cesare Damiani. Il silenzio assenso è stata una decisione molto contrastata nella passata legislatura, perché potrebbe determinare danni per tanto tempo ai lavoratori incerti o inconsapevoli sull’adesione alla previdenza complementare. Che senso ha di porre, ancora, un termine invalicabile entro cui aderire o no a quel progetto di costruzione delle future pensioni per tanti giovani lavoratori?

Per concludere qualcosa voglio dirlo anche a tanti lavoratori ancora indecisi. Cari lavoratori diamoci a capire, perché il problema non è nel fatto che il TFR attualmente depositato presso il datore di lavoro possa domani essere depositato presso l’INPS (si sta discutendo vedremo dove si arriverà), in quanto resterà sempre garantito il diritto ad avere quanto maturato. Il vero problema sta nel fatto che non si afferma pienamente il diritto ad un’altra quota di pensione (quella che si vuole costruire soprattutto per i più giovani) vi toglieranno qualcosa che vi compete, ma cosa più importante, se la vostra pensione sarà del tutto inadeguata nel rapporto con gli stipendi, vi avranno abbassato il già basso livello di reddito sul quale potrete contare nel futuro.

16 ottobre 2006